sabato 6 febbraio 2016

Erwin Blumenfeld - il fotografo più pagato del ventesimo secolo


Nella prima pagina della sua autobiografia, Eye to I, Erwin Blumenfeld descrive il suo destino come un costante muoversi "da camera oscura a camera oscura". Si tratta di un'apertura struggente per il fotografo tedesco dalla vita travagliata che spesso viene lasciato nell'ombra. Al momento della sua morte, avvenuta il 4 luglio 1969, Erwin aveva superato due guerre mondiali, vissuto in due diversi campi di concentramento e imparato quattro lingue - un passo necessario per sopravvivere al passaggio attraverso la Germania, l'Olanda, la Francia per arrivare in America - ma, soprattutto, Erwin aveva trovato qualcosa che gli ha permesso di vivere molto più a lungo dei suoi settantatré anni: una fotocamera. Grazie a questa, Blumenfeld ha potuto lasciare ai postumi un'eredità di oltre 30.000 negativi, 8.000 stampe in bianco e nero e alcune dozzine di fashion film.





Cresciuto tra la borghesia semita di Berlino, Erwin Blumenfeld è stato parte integrante del pentolone di modernità cosmopolita che, agli inizio del ventesimo secolo, stava fumando, pronto per inaugurare l'età d'ora della società ebraica tedesca.

Era l'epoca dei primi viaggi in aeroplano, dei primi telefoni e dei primi progressi nel processo a colori; un mondo che presto non avrebbe più rivisto. Spinto nel servizio nazionale tedesco, Erwin è stato esposto agli orrori della Prima Guerra Mondiale: corpi in decomposizione, soldati amputati e bordelli diventarono il panorama principale dei sue anni precedenti il suo ventesimo compleanno. Fu proprio in questo periodo che Erwin perse il fratello in guerra, il padre per colpa della sifilide e in seguito anche la madre. "Meglio morire in trincea che essere un traditore" furono le parole della madre dopo aver scoperto dei suoi tentativi di disertare l'esercito tedesco.

Tornato a Berlino completamente disilluso, Erwin venne gettato in uno stile di vita effervescente, ricco di caffè culturali e incontri con artisti, pittori e poeti così come documentato da Christopher Isherwood e Cabaret. In questo contesto incontrò l'artista dadaista George Grosz e scoprì i lavori di Man Ray, diventando presto capo del movimento Dadaista olandese - un titolo divertente e altisonante se si nota che il movimento era composto da lui e il suo migliore amico. 

"Gli venne detto da una zia che man mano che cresceva sembrava sempre più ebreo", spiega Remy Blumenfeld, nipote di Erwin e direttore del documentario biografico The Man That Shot Beautiful Women, prodotto dalla sua casa di produzione, The Thinking Violets. Nello sguardo di Remy c'è un qualcosa di familiare che ho notato anche nelle fotografie di Erwin, un tratto spesso sottolineato dalle persone intorno a loro. 
"Sembrava molto ebreo; è stato quasi ucciso per il suo apparire così ebreo.
Queste cose si sono poi collegate, non gli piaceva cosa vedeva nello specchio ma, allo stesso tempo, era affascinato dagli specchi. È così che ha imparato a capire la bellezza". 

A giocare un ruolo fondamentale e a tracciare la traiettoria della sua vita è stata la sua attrazione verso le donne. Quest'ossessione gli nacque a Berlino tra un accenno di carne durante i peep show e uno scorcio delle gambe della sua governante - l'utilizzo di specchi e schermi ottici durante i suoi lavori, lasciava trasparire una certa tendenza voyeuristica. All'epoca in Olanda avere le tende chiuse era un tabù, significava che avevi qualcosa da nascondere, "Trovava la vergogna emozionante", sostiene Remy, "e tutte le sue immagini ne sono permeate. Si tratta di trasformazione; era molto importante per lui".
 



Nel 1936 Erwin si trasferì a Parigi dove fotografò Cecil Beaton e si assicurò un contratto conVogue Francia. Non appena la Seconda Guerra Mondiale arrivò anche là, Erwin fu costretto a fuggire da Parigi, scappando da una possibile vittoria tedesco e un possibile ritorno nei campi di concentramento. 

Mise i suoi lavori in una valigetta affidata a un conoscente e si diresse in America." Guarda queste foto. Ce ne sono centinaia che scattò in quel periodo; è qui che si vede il dolore. In alcune immagini si vede la testa di una mucca sul corpo di un manichini, o di Hitler. Ci sono immagini ricche di dolore e rabbia, ma sono un'eccezione: non riguardano la moda". 

Fu proprio il suo lavoro nell'industria della moda a fornirgli la più grande via di fuga da quegli anni colpiti dalla sofferenza e ad offrigli un ampio parco giochi su cui sperimentare e studiare la bellezza e il femminino. In quelle immagini, i suoi soldati sono rimpiazzati da donne, le fratture delle ossa evocate tramite trucchi di luce colorata e la sua sofferente immagine riflessa sostituita col sorriso di un altro. Blumenfeld trovava un certo piacere nel far sentire splendide quelle donne, arrivando persino a chiedere a qualcuna di loro "mi vorresti sposare?" un attimo prima dello scatto, solo per poter catturare quel momento di intimità tra modella e fotografo. 


Una volta arrivato in America, Erwin creò una dialettica visiva che attraverso le pagine diHarpers Bazaar e Vogue America formò l'immaginario dell'era post-bellica e, attraverso una continua sperimentazione nella camera oscura e con l'utilizzo di tecniche quali la solarizzazione e l'uso sporadico di tecniche imprevedibili nella produzione, vide la nascita di copertine ed immagini destinate a diventare eterne come "Grace Kelly in una cornice dorata" e lo "sguardo da cerbiatto". Si tratta di un'immagine copiata e reinterpretata fino ad oggi - recentemente anche da Solve Sundsbø come parte di un fashion film per Chanel -, una tecnica di cui Erwin stesso fu pioniere mentre lavorava per i grandi magazzini Dayton. Questi film e queste immagini, spesso citate dai più grandi fotografi del mondo tra cui Nick Knight e Rankin, sono alla base di alcuni dei suoi lavori più ammirati. 

Il 4 luglio 1969, mentre si trovava a Roma, Erwin si mise a correre su e giù per i gradini di Piazza di Spagna sotto il sole cocente di mezzogiorno inducendosi un attacco cardiaco, dopo aver scelto di non prendere le medicine per il cuore. "Ricordo chiaramente che mio padre lasciò di fretta e furia la nostra festa del quattro luglio per andare a Roma", racconta Remy, " ricordo la sofferenza di quell'evento". Erwin morì nello stesso giorno della sua amata, Marina Schinz, ma la sua morte, largamente accettata come suicidio dalla sua famiglia, resta ancora un mistero. 
Nel corso della storia esistono grandi opere grazie alle storie che raccontano, e il lavoro di Erwin ne è un chiaro esempio, facendogli guadagnare il titolo di fotografo più pagato del ventesimo secolo. Dal piacere alla sofferenza, l'emozionante caleidoscopio di immagini che ha catturato, si stacca dal tempo: si tratta nientedimeno del percorso emotivo di un vero artista, che è stato in grado di ottenere tanto nonostante le avversità affrontate. "Tutta la sua produzione parla sempre di lui e del suo viaggio. Tutto l'insieme. Non può essere visto isolatamente", ci dice Remy. "La storia di mio nonno è in costante cambiamento, e in un mondo molto più difficile di quello in cui viviamo". 

Crediti

- Testo Greg French
- Immagini per cortese concessione di The Estate of Erwin Blumenfeld